Il labirinto
Seconda parte
La metafora del labirinto è antica e universale. In realtà, ogni luogo e ogni non-luogo può essere visto come un labirinto, con e senza il Minotauro.
(Nella foto, Escher, Relatività, 1953)
La signora mi informò che ero infatti atteso, ma che dovevo aspettare un po’ prima di essere ricevuto, invitandomi ad accomodarmi presso una poltroncina seminascosta tra la scrivania e il primo dei tavoli. Non avendo di meglio da fare, ingannai l’attesa esaminando una ad una le scene di caccia rappresentate sulle pareti, finché mi era possibile vederle dalla mia posizione. A parte la piacevolezza delle scene, certamente non condivisa dalle volpi, non che ci fosse una grande diversità tra di esse, mi accinsi quindi a contare sia il numero dei cacciatori che quello dei cani, tenendo un progressivo del numero di entrambi man mano che procedevo nell’esame. Avevo già contato circa centodieci cacciatori e centottanta cani, quando la signora attirò la mia attenzione e mi disse che potevo entrare, facendo cenno di seguirla. Ci dirigemmo insieme, ma tenendomi arretrato di qualche passo rispetto a lei, verso la porticina sulla parete in fondo. Bussò, senza aspettare risposta aprì la porta, si fece da parte per lasciarmi entrare, quindi richiuse la porta alle mie spalle, andandosene. C’era una diffusa penombra, probabilmente a motivo dei tendaggi che ricoprivano due finestroni laterali. Era una stanza approssimativamente quadrata di circa quattro metri di lato, con le pareti spoglie e completamente priva di mobilio, fatta eccezione per una modesta scrivania centrale, del tutto sprovvista di oggetti e carte, con una coppia di sedie semplici e dallo schienale alto posta davanti. Dietro la scrivania sedeva un omino completamente pelato e rotondetto, con abito elegante e cravatta, la cui altezza a mio parere non arrivava al metro e sessanta centimetri. Mi fece un largo sorriso e mi invitò a sedermi. Devo ammettere che la semplicità e le ridotte dimensioni dell’ufficio stonavano fortemente con l’imponenza della scala e dell’anticamera, inoltre la penombra e la scrivania spoglia comunicavano un certo disagio. L’altro dovette percepire questa mia sensazione, perché esordì dicendo che la vera ricchezza dell’uomo e tutti i suoi bisogni stanno dentro sé stesso, nella sua testa e nel suo cuore, motivo per il quale il suo ufficio era un luogo di pensiero e di meditazione, privo di ogni superfluo. Naturalmente convenni con questa sua riflessione. Aggiunse poi che mi sarei sicuramente trovato bene nella scuola e che mi augurava buon lavoro. Percependo la frase come un congedo, mi affrettai a chiedere se potessi permettermi una osservazione. Ad un suo garbato cenno di assenso, manifestai la mia difficoltà ad orientarmi nella scuola, date le sue considerevoli dimensioni e l’assenza di segnalazioni. Sorrise nuovamente e disse essere sua assoluta convinzione che i cartelli di segnalazione incidessero negativamente sulle capacità di orientamento delle persone, intorpidendole, per cui riteneva uno stimolo intellettivo invogliare ad esercitarle. Non dovevo affatto preoccuparmi, perché in breve tempo avrei sicuramente saputo muovermi con sicurezza, come ormai era naturale per tutti gli studenti e i professori. Ritenni esaurito l’incontro, quindi salutai rispettosamente, accompagnando le parole con un leggero inchino della testa, mi girai e mi diressi verso la porta, la quale venne con mia sorpresa aperta tempestivamente dall’esterno. Quasi deluso, lo confesso, dall’assenza di alcuna direttiva, seguii la segretaria fino all’uscita dall’anticamera, mi congedai e mi diressi verso la scala alla mia destra, solo per provare anche quella.
Mentre scendevo, riflettei che non sapevo affatto come raggiugere la mia prossima classe, la 1E, né la successiva, la 3E, ma il solo pensiero di dover ritornare in portineria per le indicazioni mi spaventava. Giunto alla base della cappella, mi fermai a pensare. Evidentemente il primo corridoio grande nell’atrio a partire dalla sinistra dell’ingresso portava alle aule degli studenti, quindi se per andare all’aula della 5E bisognava salire al quinto piano, il piano delle quinte, allora per andare alla 1E bisognava probabilmente salire solo al primo piano, il piano delle prime, dove l’aula sarebbe stata ancora la quinta. Confortato da questa mia deduzione, non senza aver dato ancora un’occhiata di ammirazione alla cappella, alle scale e al pavimento, mi addentrai nuovamente nel lungo tunnel e mi ritrovai nella vastità dell’atrio, dove salutai doverosamente gli usceri. Di nuovo, evitai di attraversare direttamente l’atrio, ribollente come al solito di vita frenetica, percorrendo l’arco di circonferenza alla mia destra verso il primo corridoio grande a partire dalla sinistra dell’ingresso. Sicuro della correttezza del mio tragitto, percorsi a passo deciso il lungo corridoio grande fino in fondo, degnando solo un’occhiata di sfuggita ai tanti piccoli corridoi che lo intersecavano, fino a sbucare ancora nel luminoso ambiente dal lontano tetto a cassettoni. Salii agevolmente fino al primo piano e mi ritrovai sul pianerottolo, dal quale effettivamente partiva il lungo corridoio che mi aspettavo di trovare. Con mia sorpresa, non c’era però nessuna scrivania e nessun assistente di piano. Andai comunque deciso verso la quinta porta, l’aprii ma, invece di trovare un’aula scolastica arredata con banchi e cattedra, sperabilmente piena di studenti, vi trovai una serie di archivi che riempivano tutta la grande stanza, allineati parallelamente in maniera che fosse agevole passare tra loro per consultare i documenti. Richiusi sconcertato, quindi aprii in successione la sesta e la settima porta, trovando il medesimo spettacolo. Irritato, continuai quasi di corsa lungo il corridoio, superai un corridoio piccolo che lo attraversava, un altro ancora, ma al terzo corridoio piccolo girai a destra, come a caccia di qualcosa, desideroso di trovare alunni e professori, gesso e lavagne, libri e vita. Ogni tanto aprivo una porta a caso, per scorgere ancora archivi, depositi di carta, stampanti e computer nuovi e vecchi, cataste di banchi usati e non, cattedre e armadi. Ancora corridoi. Girai a sinistra, poi a destra, scesi scale e scale, attraversai corridoi grandi e piccoli, a destra e sinistra, salii a piani sempre più in alto e scesi a profondità impensabili, ma il panorama incontrato e gli oggetti scoperti erano sempre più o meno gli stessi. Ad un certo punto mi fermai esausto, affannato, tremante. Mi accasciai a terra, spalle al muro, ansimante. La testa mi sbatteva e le tempie pulsavano. Mi chiesi se stessi davvero in una scuola, dove diamine ero finito? Cercai di calmarmi. Chiusi gli occhi e feci dei lunghi respiri, inspirai ed espirai, inspirai ed espirai, a lungo. Restai così per non so quanto tempo, cercando di pensare ad altro. Pensai a quando ero bambino e durante i giorni di febbre restavo a casa, coccolato e viziato, al caldo, assistito e venerato. Pensai a quando avevo visto il mare per la prima volta, da vicino e non in foto o in televisione. Pensai alla prima volta che avevo avuto l’opportunità e il coraggio di baciare una ragazza. Alle volte che avevo giocato a carte e avevo vinto, insieme alle tante volte che avevo perso. Alle tante volte che avevo avuto paura e quando mi ero sentito forte e invincibile. Pensai ai momenti belli e a quelli brutti. Alle persone alle quali volevo bene e a quelle che ne volevano a me, a quelle che ancora c’erano e a quelle che non c’erano più. Quando mi rialzai e tornai a percepire il presente e il luogo dove mi trovavo, ritemprato, mi avviai alla mia destra lungo il corridoio piccolo nel quale ero e al primo incrocio svoltai a sinistra, lo percorsi fino in fondo. Vidi altre scale e salii di un piano, sbucando in un altro corridoio piccolo. Tante porte ancora. Come in un déjà-vu, mi diressi verso la seconda porta che si trovava a desta e l’aprii. La portineria! Baciai la porta per la felicità. Nella stanza non c’era nessuno, le lampade alle pareti erano accese, la scaffalatura tutta chiusa, la sedia presso la parete di fronte vuota, la scrivania ordinata e la sua sedia accostata completamente ad essa. Evidentemente si era fatto tardi, magari pomeriggio inoltrato, quindi avevano finito l’orario di lavoro ed erano andati via. Non ero però preoccupato, ormai avevo ritrovato un ambiente noto, quasi familiare, recuperato un minimo di orientamento. Richiusi la porta e ritornai alle scale, salii di due piani, percorsi il corridoio piccolo fino a incrociare il corridoio grande, girai a destra e arrivai nell’atrio della scuola. Sempre illuminato, ma completamente vuoto, ancora più imponente e grande data l’assenza dei capannelli, del mormorio di fondo e dei flussi migratori tra un capannello e l’altro. Mi diressi verso il portone di ingresso ma era chiuso. Ero chiuso dentro la scuola!
Dopo un temporaneo ritorno di panico e di affanno, realizzai che, dopo tutto, non era la fine del mondo. In fondo, il giorno dopo l’intera scuola sarebbe tornata a nuova vita, a casa non mi aspettava nessuno, vivevo solo, quindi bastava fare buon viso e cattivo gioco, cercando di passare la notte in qualche modo. Restare nell’atrio era impensabile, troppo era il vuoto, quindi decisi di tornamene verso il mio angolo di sicurezza, quarto corridoio grande a partire dalla destra dell’ingresso, terzo corridoio piccolo sulla sinistra, due piani in giù, seconda porta a destra, portineria. Un certo languore allo stomaco ce l’avevo, avendo preso solo un caffè e un pezzo di tortino a casa la mattina presto. Riflettei come ormai non ci fosse scuola senza distributori automatici di bibite, caffè nelle sue varie declinazioni, dolcetti, panini, croccantini e cioccolata. Sicuramente dovevano essercene in giro, a disposizione di studenti e personale. Cominciai ad aprire le porte a sinistra e a destra del corridoio, non trovando altro che archivi di documenti, depositi di carta da fotocopie e stampe. Arrivai alle ultime due porte del corridoio. La prima che aprii ospitava cinque grandi stampanti, di cui due a colori, due scanner di dimensioni differenti e tre gigantesche fotocopiatrici. Alla seconda feci bingo. Due giganteschi distributori di bibite di tutti i tipi, dimensioni e marche riempivano una parete, mentre sulla parete di fronte stavano due distributori di bevande calde e due distributori di panini, merendine, dolcetti e croccantini. Non avevo monete con me e temetti di fare la fine di chi muore ad un passo dalla salvezza. Timore che si rivelò fortunatamente infondato, visto che selezionando qualcosa a caso potei subito constatare che la distribuzione era gratuita. Feci una buona scorta di cibo e bevande, ritornando felice nella portineria. Mi sedetti alla scrivania e mi rifocillai. Esausto, appoggiai le braccia alla scrivania, chinai il versante sinistro della testa su di esse e mi addormentai. Ricordo che sognai di fare una lunga nuotata, io che non so nuotare, in un mare calmo e liscio come l’olio, procedendo lento e tranquillo, cambiando ogni tanto direzione, senza sforzo alcuno e completamente in pace con me stesso. Mi sembrò di sussultare, oscillare, ricevere folate di vento forte o urti di onde immense. Infastidito riaprii gli occhi. La signora anziana addetta alla portineria mi stava scuotendo per farmi svegliare. Rimasi interdetto, vergognandomi per la situazione imbarazzante, tra i residui di cibo e di bevande che ancora giacevano sulla scrivania. Lei però mi guardava bonaria, quasi materna, comprensiva, con un ampio sorriso. E dietro di lei c’erano l’uomo e la signora giovane, anche loro indulgenti e sorridenti. Mi sentii sollevato, rassicurato. Provai a spiegare, a scusarmi, cercando nel contempo di raccattare gli avanzi, ma venni pacatamente interrotto e fermato. Mi dissero, parlando quasi a rotazione, che non dovevo preoccuparmi affatto, era quasi normale, tutti i nuovi arrivati, chi più chi meno, inciampavano in inconvenienti del genere, la scuola era così grande, dovevo stare tranquillo, sereno. Presso la portineria e da loro avrei sempre trovato un rifugio sicuro, protezione e serenità. Aggiunsero inoltre che, qualora ne avessi avuto bisogno, avrei potuto trovare facilmente dove fare una doccia e dove riposare più tranquillamente. Presso le palestre della scuola, per meglio dire tra le due palestre, perché gli ambienti erano condivisi, avrei trovato docce a volontà, camerini per il cambio, accappatoi e asciugamani, cambi di biancheria, una attrezzatissima e grande infermeria con cinque stanze adibite a ricoveri di emergenza, con letti e quant’altro per una comoda degenza. Era peraltro facile arrivarci, sia dall’atrio che dalla stessa portineria. In particolare, dalla portineria bastava ritornare verso le scale, scendere di due piani e avviarsi lungo il corridoio piccolo fino ad incrociare un corridoio grandissimo, come due normali corridoi grandi, percorrerlo fino in fondo, per sbucare in un largo ambiente trasversale con tre porte, due molto grandi laterali, che davano sulle due palestre e una piccola centrale, che conduceva ai camerini, alle docce e all’infermeria. Dopo queste informazioni, mi invitarono ad avviarmi presso la mia prima classe del giorno, avrebbero provveduto loro a rimettere in ordine. Consultai il mio orario e vidi che si trattava della 2M. Li vidi preoccupati. La signora giovane ammise addolorata che la classe della 2M era tra le più complicate da raggiungere. Mi disse comunque di provarci. Ritornato nell’atrio, avrei dovuto prendere il terzo corridoio grande a partire dalla sinistra dell’ingresso, escludendo dal conteggio i corridoi piccoli intermedi, percorrerlo fino in fondo, scendere di un piano, girare a destra sul corridoio piccolo che avrei trovato, quindi all’incrocio col primo corridoio grande prenderlo verso sinistra fino ad arrivare alle scale, salire fino al quarto piano e, all’uscita, prendere il corridoio centrale dei tre che avrei trovato, quello era il corridoio delle seconde, dove la mia classe era ovviamente nell’undicesima aula. Li salutai e mi diressi tranquillo e senza fretta verso la mia destinazione. Avevo capito ormai che affrettarsi non sarebbe servito a nulla.
Sono qui da lungo tempo, credo che siano passate circa dodici settimane dal mio arrivo alla scuola, almeno questo mi sembra da un mio conteggio approssimativo. In realtà, non so esattamente quanti giorni siano trascorsi. Oggi, ancora svegliato dai miei amici della portineria dopo aver trascorso una notte serena alla scrivania, accolto da una tazza di caffè bollente e da un plumcake fatto in casa dalla signora anziana, devo recarmi presso la 4F. Come al solito ricevo le complesse e puntuali indicazioni su come raggiungere la classe, ma ammetto di non sforzarmi ormai più di tanto per memorizzarle e seguirle. In fondo, credo quasi che sia più o meno indifferente. Ho raggiunto la convinzione che la probabilità di arrivare in tempo alle mie classi per l’inizio delle mie ore di lezione sia estremamente remota, per quanto io possa affrettarmi e sforzarmi. L’unico mio cruccio è che ancora non ho avuto modo di fare una sola ora di lezione, di conoscere uno solo dei miei studenti. Ad essere sinceri, non ho ancora incontrato un solo studente della scuola. I miei amici mi hanno detto che gli studenti entrano ed escono da accessi a loro riservati, innumerevoli e strategicamente disposti in maniera da consentire loro rapidi percorsi verso le loro aule. Ogni tanto raggiungo la segreteria per sapere se ci siano novità che mi riguardino, ma ricevo invariabilmente una risposta negativa, insieme ad ampie assicurazioni che tutto procede per il meglio, le mia pratiche amministrative sono perfettamente in regola, lo stipendio mi viene accreditato puntualmente. Sono riuscito anche ad essere ricevuto ancora una volta dal Dirigente Scolastico, al quale ho tentato di spiegare la situazione, esprimere la mia preoccupazione di non fare bene il mio lavoro, evidenziare le mie difficoltà, la mia buona volontà, ricevendo però paterni inviti a stare tranquillo, perché tutto è assolutamente nella norma e non devo avere fretta alcuna, ogni cosa col tempo si normalizzerà e alla fine sarà solo un aneddoto curioso da raccontare agli amici e ai familiari. Ogni giorno ho occasione di ammirare le ricchezze e le bellezze della scuola, ne scopro sempre di nuove, trovo corridoi inesplorati, piccoli e grandi, scale di foggia e decorazioni diverse, stanze piccole e intime, stanze enormi e misteriose, sale riunioni, sale conferenza, enormi librerie, sale di lettura, nicchie e cunicoli, ballatoi e cupole, absidi e transetti. Diverse volte sono stato nelle palestre, ho ammirato quanto gigantesche siano, attrezzate e luminose, dopo la prima volta che ci sono capitato fortuitamente, attraverso un percorso lungo e articolato, senza che avessi seguito le indicazioni dei miei amici della portineria. Ho fatto docce e dormito nelle stanze annesse all’infermeria, pur continuando a preferire la scrivania della portineria. Nell’atrio ormai viaggio spedito, riesco ad attraversarlo tranquillamente in ogni direzione senza intoppo alcuno, seguendo le infinite e ardite traiettorie che corrono da un capannello all’altro, da un corridoio all’altro. A volte mi fermo anche ad ascoltare quello che viene detto, furtivamente, rallentando o addirittura sostando alle spalle di qualcuno di coloro che parlano o che ascoltano. Ho preso la decisione di non uscire dalla scuola fino a quando non ne abbia piena conoscenza e padronanza. E fino a quando non sia riuscito almeno a fare qualche ora di lezione. Sono sereno. Forse felice è chiedere un po’ troppo, ma chi è felice a questo mondo, mi dico.



Bel racconto. Mi è piciuto molto.